Zucchero e dolcificanti: danni alla salute e business

Dallo zucchero raffinato agli edulcoranti
Spesso si crede che per lo zucchero di canna tale verità non sia valida, ma il cosiddetto zucchero di canna, molto spesso, è lo stesso zucchero bianco colorato con melassa (si salva forse il mascobado e qualche altro zucchero del commercio equo e solidale). Qui si parla ovviamente dello zucchero raffinato artificialmente dalla canna o dalla barbabietola, e non degli zuccheri presenti all’interno di altri alimenti completi – se mangiati come tali – come il fruttosio della frutta o il lattosio del latte. (Fonte) Lo zucchero raffinato bianco, che non contiene più minerali, necessita di nutrienti per essere metabolizzato. Questi nutrienti, tra cui le vitamine del complesso B e alcuni minerali, provengono da altre cose che mangiamo, oppure vengono rubati dalle riserve che il nostro organismo ha accumulato. La carenza di minerali creata dal dolce veleno spesso conduce ad una carenza di calcio che ha grande importanza per la crescita e la riparazione dei denti. Il risultato: smalto debole e denti vulnerabili quando lo zucchero attacca i denti. Dolci, cioccolata e bibite gassate creano nella bocca un ambiente ideale per i batteri, che non vedono l’ora di “mangiarsi” lo smalto. A nulla serve spazzolare i denti mattina e sera, se durante il giorno questi batteri trovano l’ambiente ideale per fare il loro lavoro dannoso su un dente già indebolito per la mancanza di calcio. Non a caso le carie dentali, quasi sconosciute nelle società “primitive”, come ha documentato il dentista e ricercatore Weston A. Price, sono molto diffuse nella società moderna. Visti tutti questi problemi creati dallo zucchero, i chimici si misero al lavoro per provare a darci la dolcezza senza il dolore. L’industria si guardò bene dall’informarci sui pericoli della golosità. Inventò nuove molecole per soddisfare la nostra voglia di dolce e … creò altri squilibri. Una di queste molecole create in laboratorio, scoperta per caso, diventò una vera miniera d’oro. Nel 1965 il chimico James Schlatter, lavorando per la G.D. Searle, nel tentativo di formulare un farmaco contro le ulcere allo stomaco combinò due aminoacidi: l’acido aspartico e la fenilalanina. Si accorse che il miscuglio era dolce e, sebbene non era questa l’intenzione, aveva scoperto una sostanza dal potenziale miliardario. Da allora fino al 1983, l’FDA si oppose alla messa in commercio di questo dolcificante che oggi si conosce con il nome ‘aspartame’. Pressioni politiche messe in moto da Donald Rumsfeld, già presidente della Searle, trasferitosi a Washington durante la presidenza di Reagan, misero a tacere gli scienziati che avevano espresso dubbi e così nacque un business miliardario. E almeno 6 membri della FDA (che esprimeva dubbi sull’aspartame) passarono come dirigenti della Searle e altre corporation che da allora facevano affari con gli edulcoranti (così come riporta anche l’inchiesta di REPORT del 29 aprile). Oggi l’aspartame si trova in migliaia di prodotti dalle marmellate per diabetici alle bibite ‘light’, cioè con poco zucchero, dai biscotti senza zucchero alla polverina che aggiungiamo al caffè.
Stevia, l’alternativa scomoda
Negli anni ‘80 si iniziò a parlare della Stevia (stevia rebaudiana), pianta che cresce nelle aree tropicali, dalle foglie dolci, con potere edulcorante 300 volte superiore al saccarosio. Ma la FDA e le Autorità Europee, per due decenni hanno nutrito forti dubbi sulla innocuità di questa pianta naturale, pertanto non ne hanno mai autorizzato l’uso, anche per via dei nuovi regolamenti europei sui Novel Foods, molto restrittivi ogni qualvolta si deve introdurre un nuovo alimento. Non consente l’uso di una sostanza se non dopo documentazione medica e tossicologica, consistente di studi clinici e di laboratorio dai costi praticamente inaccessibili che solamente le multinazionali della chimica e del farmaco se lo possono permettere.Mentre l’aspartame portava guadagni miliardari alle multinazionali e danni ingenti alla salute degli utilizzatori. Intanto passano alcuni anni e l’aspartame comincia a perdere colpi. La campagna a livello dei consumatori che mette in evidenza la dannosità del dolcificante chimico, ha i suoi effetti. La gente comincia a storcere il naso quando sente parlare di aspartame e comincia a evitare le bevande “light”. Le vendite delle bevande gassate soffrono. Alcune fabbriche che producono aspartame in Europa chiudono. La Merisant di Chicago, erede della Monsanto, che vende l’aspartame sotto il nome “Equal” in tutto il mondo va in bancarotta, schiacciata dai debiti. E le bevande “light”? Nessun problema, dicono alla Coca Cola Company. Abbiamo fatto studi su un estratto di stevia, la Rebiana. Il marchio commerciale si chiama Truvia e il nuovo dolcificante è stato sviluppato dalla Coca Cola con l’aiuto di Cargill, multinazionale del grano e degli alimenti industriali e dei farmaci. Anche la Pepsi ha preparato il suo estratto di stevia. Si chiama PureVia ed è simile a quello della Coca Cola. Il business continua. Così in futuro potremo trovare la nostra bevanda light senza aspartame, dolcificata con la stevia. (Fonti: 1, 2)
E voi? Preferite lo zucchero raffinato (bianco), quello integrale di canna o i gli occulti dolcificanti come l’aspartame?
Se volete rimanere aggiornati su questi argomenti, seguitemi:
scienziatodelcibo




